La scuola che vorrei

Ciao, ho un’idea!

Ti racconto un aneddoto della mia infanzia, però c’è bisogno che mi presenti.

Mi chiamo Bartolomeo, puoi chiamarmi Bart.

Sono un Educatore professionale socio-pedagogico, Tutor dell’apprendimento (BES-DSA), ArtCounselor.

Cosa faccio

  • Accompagno e aiuto bambinə e ragazzə ad acquisire un metodo di studio personale ed efficace, con l’obiettivo di accrescere la loro autonomia, autostima e senso di autoefficacia.
  • Mi occupo di Benessere, a scuola e in famiglia, facilitando il dialogo e la collaborazione tra le parti.
  • Progetto laboratori di Arte Terapia per singoli e gruppi.

Ora veniamo al mio aneddoto! Mettiti comodo, ma non troppo…

Avevo 5 anni e frequentavo l’asilo (si chiamava così). La maestra 👩🏼‍🏫, simpatica donna, decide di spiegarci in che modo gli oggetti formano ombre, con degli esempi che ci sarebbero serviti per realizzare dei disegni. Utilizza diversi oggetti sulla parete bianca. Ad un certo punto prende un piccolo martello 🔨 e ne proietta l’ombra. La maestra aveva già mostrato altri oggetti e ogni volta la risposta doveva essere sempre la stessa: “l’ombra è nera!” Possibilmente ripetuta in coro.

L’ombra di quel martello non era nera, non per me, in un gioco di luci ed ombre, quell’ombra risultava più chiara, diversa. Alzo la mano convinto e fiero ed esclamo: “maestra, è marrone!”

Lo sguardo attonito della maestra si fionda su di me. “Che stai dicendo? Guarda bene e dimmi di che colore è”. Ripeto: “è marrone, non è nera!”. La maestra guarda tutti con occhi spalancati 😳 mette una mano sulla fronte 🤦🏼‍♀️, poi si rigira verso di me e scoppia a ridere 😹. D’un tratto tutti ridono con la maestra. Io scoppio a piangere. Mi sento triste, arrabbiato, deluso.

Quella mano alzata, con aria fiera e soddisfatta, per dire qualcosa di diverso dal coro, non l’ho sollevata più per molto tempo.

Ti sembra troppo? Sono sicuro che anche tu, in qualche angolo nascosto del tuo cuore 💔, abbia avuto una situazione simile, che ti abbia fatto sentire più o meno così, a scuola o in famiglia. Pensaci. Mi piacerebbe ascoltarla e ascoltarti.

Del mio racconto, non è importante capire se quell’ombra fosse o meno marrone e neanche incolpare la maestra. Allora perché te ne parlo?

Perché, avere un pensiero diverso, critico e creativo, a scuola come nella vita, non sempre è concesso. Ti chiedi perché? Perché spaventa: gli adulti, sia chiaro, non i bambini. I bambini si spaventano per altro, non per un pensiero diverso.

La diversità spaventa noi adulti.

Tornando al mio racconto: cosa avrebbe potuto fare la maestra?

Come prima cosa, accogliere il mio intervento. Considerare la mia opzione almeno come possibile, parlarne serenamente. Permettermi di esprimere liberamente un pensiero diverso dagli altri e dal suo, senza censurarlo, o peggio ancora denigrarlo. Soprattutto contenere lo sguardo, la risata, la mano sulla fronte, che possono avere un effetto devastante, peggio di una parola fuori posto, perché noi captiamo soprattutto il non verbale e crediamo, ingenuamente, che per i bambini non valga lo stesso.

La mia esperienza scolastica è stata segnata da messaggi, più o meno evidenti, di chiusura rispetto ad un modo di essere e di pensare diversi dal solito. Oggi, lavorando a scuola, mi accorgo che la situazione in sostanza non è cambiata. Certo, ci sono anche docenti pronti ad accogliere nuove sfide, ma non possiamo lasciare spazio al caso, si tratta di un’urgenza vera e propria. La scuola deve essere pronta a cambiare e, per farlo, tutti dovremmo metterci seriamente in discussione.

I docenti devono essere attenti e curiosi, devono riconoscere i pregiudizi, che appartengono ad ognuno di noi, per superarli. È chiaro che da soli non si va da nessuna parte, sarebbe cosa giusta avere una supervisione continua che li supporti in un compito così delicato e importante.

Nasce così il mio blog pensieri laterali, un po’ per gioco, un po’ per lasciare tracce di me, un po’ per tentare qualcosa di nuovo che possa essere utile a te che leggi: che tu sia un genitore, un docente, un Tutor, un educatore, uno studente.

Perché chiamarlo pensieri laterali?

Il mio blog poteva chiamarsi anche pensieri divergenti, o pensare diversamente, o come stare bene a scuola e in famiglia, o ancora, pensare creativamente perché fa bene e ti aiuta a trovare soluzioni diverse allo stesso problema e ti fa gestire meglio lo stress. Oppure, perché no, tutte queste cose insieme. Ma sarebbe stato troppo lungo, non credi? Allora vada per pensieri laterali, mi piace come suona, riprendendo il termine coniato dallo psicologo Edward De Bono.

Per capire di cosa parlo ti riporto brevemente cosa si intende per pensiero laterale.

Una soluzione diretta al problema prevede il ricorso ad una logica sequenziale, risolvendo il problema partendo dalle considerazioni che sembrano più ovvie, il pensiero laterale se ne discosta (da cui il termine laterale) e cerca punti di vista alternativi per cercare la soluzione.

È un pensiero generativo, in grado di trovare nuove idee. A scuola, ma anche nella vita di tutti i giorni, siamo abituati ad utilizzare soprattutto una logica sequenziale, lasciando poco spazio ad un pensiero creativo. Qualcosa inizia a muoversi ma è ancora troppo poco, restano maldestri tentativi da parte delle istituzioni educative di improvvisare qualcosa di nuovo.

Ma cosa può succedere, invece, se proviamo a coltivare un modo differente di pensare? E cosa accadrebbe se ci rendessimo conto che esistono diverse modalità di pensiero e diverse soluzioni per uno stesso problema? In che modo potrebbe migliorare la nostra vita? Quanto ancora abbiamo da imparare?

I dislessici, ad esempio, pur avendo difficoltà nella lettura e/o scrittura e comprensione del testo, hanno una spiccata abilità nell’usare il pensiero laterale e lo prediligono. Solitamente utilizzano molto l’immaginazione e il pensiero visivo. Ecco perché la scuola è oggi obbligata ad essere sempre più attenta ai Bisogni Educativi Speciali di ogni studente. I metodi di apprendimento non possono essere omologati ma devono essere differenziati. Il compito del docente, del Tutor, dell’ educatore, dev’essere quello di mettere bambinə e ragazzə nella condizione di conoscere al meglio il proprio stile cognitivo e di apprendimento, per affinarlo e potenziarlo.

Ad ognuno il suo stile e i suoi tempi.

Di questo e altro mi piacerebbe scrivere nei prossimi articoli. Affronterò temi legati al mondo della scuola e a tutto quello che gravita attorno, primo fra tutti il contesto familiare, direttamente interessato. Basti pensare che il ciclo scolastico deve durare, per legge, almeno 10 anni, che diventano 16, se calcoliamo l’intero ciclo della scuola superiore e della scuola dell’infanzia.

Quanto tempo passiamo nella vita sui banchi di scuola? Basterebbe rispondere a questa domanda, per renderci conto di quanto sia necessaria una riflessione costruttiva sull’argomento.

Bene, ti vedo annuire.

A questo punto, probabilmente, ti starai chiedendo qual è la scuola che vorresti.

Io ti dico quella che vorrei:

La scuola che vorrei mette le persone prima dei programmi ministeriali, curando non solo gli studenti, ma anche i docenti. Oggi, le aziende, soprattutto quelle più grandi, hanno capito bene quanto sia vitale il benessere dei dipendenti per avere successo ed essere longeve.

La scuola che vorrei ha docenti continuamente supportati, affinché il loro benessere diventi anche il benessere degli studenti e dei genitori.

La scuola che vorrei sa bene che l’apprendimento è fondamentale ma senza benessere non ha senso, sarebbe fine a se stesso. In classe, un concetto spiegato con entusiasmo e in un clima sereno, ha bisogno della metà del tempo per essere assimilato.

Il benessere velocizza l’apprendimento.

Possibile non rendersene conto?

Inoltre…

Quanti problemi familiari vengono portati a scuola che la scuola non sempre è in grado di gestire? Quanti problemi scolastici vengono portati in famiglia che restano inascoltati?

È giusto che anche le famiglie si mettano in discussione rispetto alle scelte educative.

Se nei miei interventi tendo a focalizzare l’attenzione sulla scuola, è perché credo che l’esempio debba partire proprio da chi ha studiato per occuparsi di educazione e formazione. Senza deresponsabilizzare le famiglie che hanno, ugualmente, bisogno di essere sostenute e accompagnate, per sopravvivere a questo periodo di cambiamenti e incertezze.

Come professionista apprendo ogni giorno da bambinə e ragazzə che ho il piacere di incontrare lungo il mio cammino.

Impariamo ad ascoltarli davvero!

Loro mi indicano la rotta da percorrere.

Per questo mi piacerebbe accompagnare anche te: se sei un genitore, un insegnante, un educatore, un Tutor, o se hai in generale il delicato compito di prenderti cura di un minore.

Sei prontə per salire a bordo? 🚢

Abbiamo altro da raccontarci. Il viaggio è lungo.

Navighiamo a vista! 🌊🧭

Dr. Bartolomeo Pirolo

Educatore professionale socio pedagogico ~ Tutor dell’apprendimento BES-DSA ~ ArtCounselor

Pubblicato da Bartolomeo Pirolo

Educatore pedagogico, ArtCounselor, Tutor (DSA-BES). Mi occupo di Orientamento e Benessere scolastico e familiare, avvalendomi di strumenti tipici del Counseling e dell’Arte terapia.

Rispondi

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora